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giovedì 7 luglio 2011

Non si può, c'è la privacy!

Fonte vignetta: http://blogs.sdf.unige.it/wordpressMU121/s2802044/2007/05/28/un-po-di-storia


E' con la frase del titolo di questo post che spesso il fotoamatore si vede motivata una attività inibitoria dell'atto fotografico da egli intrapreso. E a pronunciarla sono tanto le persone comuni, che si sentono "minacciate" dalla ripresa, quanto (e più gravemente) gli esponenti delle varie forze dell'ordine, senza distinzioni. Il problema in realtà è molto più complesso, non riguarda solo la fotografia ma, in generale, la vita e la società moderne. E' sempre più diffusa la convinzione che, in nome di una Privacy non meglio definita e identificata, sia possibile vantare diritti di censura e inibitoria a tutto campo, ogniqualvolta, cioè, ci si sente minacciati da una qualsiasi altrui attività.
Il discorso potrebbe facilmente diventare ingestibile, tale è l'ampiezza dei settori interessati alla riservatezza (basti pensare alle vicissitudini parlamentari in tema di intercettazioni giudiziarie n.d.r.), per questa ragione circoscriviamo l'ambito di analisi alla sola pratica fotografica.
Il punto saliente è riassumibile in questa domanda:  

Esiste un complesso di norme nel nostro ordinamento che disciplina l'attività fotografica, amatoriale e professionale, stabilendo cosa e chi può essere fotografato ed eventualmente a quali condizioni?

Ebbene, volendo anticipare una risposta, questa è sicuramente affermativa e, nel corso del mio cammino nel mondo della fotografia e della legge, ho potuto personalmente rendermene conto. Il problema e che tale complesso di norme è misconosciuto ma, ciononostante, inneggiato a vessillo della riservatezza, senza grande discernimento al riguardo. Spesso si vieta di fotografare "per sicurezza", secondo la filosofia del "nel dubbio meglio evitare"; ma da buon fotoamatore e uomo di legge, nonché cittadino italiano, io pretendo che mi si inibisca qualcosa solo quando questa è effettivamente vietata, non per hobby o per la presunzione dell'inibente di turno. Cerchiamo dunque di fare chiarezza e di capire come funzionano esattamente le cose.

lunedì 28 febbraio 2011

Quest'anno mi vesto da "Zio Michele"!

fonte: La Repubblica NAPOLI.it - ©Riccardo Siano
 La festa del Carnevale ha radici piuttosto antiche, che si intrecciano anche con la fede e la Cristianità e il suo elemento più caratterizzante è l'utilizzo del mascheramento. Tutti noi, almeno una volta nella vita, ci siamo divertiti ad indossare una maschera a carnevale: Arlecchino, Pulcinella, oppure un eroe dei cartoni animati, oppure ancora un personaggio dei fumetti... Spazio alla fantasia insomma, per il puro divertimento di mettere da parte la nostra solita identità e assumere le vesti di qualcun altro in un contesto che legittima tale costume, a dispetto di quanto afferma Pirandello nel celebre romanzo "Uno, nessuno, centomila". Come tutte le feste, il Carnevale è sempre più affetto dal germe del consumismo, e il mondo del commercio si ingegna per confezionare maschere già pronte che raffigurano i personaggi più popolari, in una attività che ha come parametro di riferimento quasi esclusivamente "mamma TV". Io credo che pochissimi personaggi televisivi siano rimasti indenni dal vedersi riprodotti in una maschera o in un carro allegorico; persino le statuine del presepe sono oggetto di espressione artistica nelle mani degli artisti napoletani, famosi in tutto il mondo. Non sarà forse un caso, allora, che proprio a Napoli sia stata partorita l'ennesima "trovata" per il carnevale 2011: "il vestito da Zio Michele". Il riferimento è evidentemente al tristemente noto Michele Misseri, contadino di